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Venanzio Tuveri
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Venanzio Tuveri
Due beffe quattro sardi e un corvo

Capitolo 1.

I fatti di due anni prima gli tornarono in mente come se fossero appena accaduti e vi si trovasse ancora emotivamente coinvolto. Quel tizio era arrivato all’improvviso, in mocassini camicia e jeans, e gli si era seduto accanto.
- Do you speak English?
Battista sollevò appena le spalle.
- Italiano. E sardo. Il sardo meglio dell’italiano. In quanto all’inglese...
- Well - disse l’altro allungando la mano con la sigaretta – mi fa accendere, please?
Battista gli porse l’accendino tentando di scrutarlo un attimo in faccia. Un viso familiare, avrebbe detto, che gli ricordava qualcuno, e si chiese dove potesse averlo già visto. L’altro gli sedette a lato e lì, di fronte al mare, fumarono in silenzio mentre da lontano giungeva, portato dal vento, un attutito rumore di betoniere, scavatrici, macchine che asfaltavano strade e di voci.
- Molto bella qui, La Maddalena. Mi chiamo Sebastian e... sì, mio nonno ci parlava della Sardegna tutti i giorni, la rimpiangeva. Era emigrato in America, ma ha sempre tenuto qui il suo cuore. E’ per questo che capisco il sardo.
Non parlava sardo, Sebastian, ma un miscuglio di sardo, italiano e inglese con un accento stranissimo.
- Io mi chiamo Battista. E’ la prima volta che vieni qui?
- Questa è la seconda e, ti sembrerà strano, quando sono venuto la prima volta sono finito in una festa di paese e... ti ho visto recitare. Eri tu, vero?
- Può darsi. Si, faccio l’attore, ma a tempo perso. Per divertirmi.
- Una commedia... lo sgombero di quest’isola a causa di... un’exercise, com’è che si dice? per prepararsi in caso di pericolo. Eri tu?
- Sì, era un’esercitazione sullo sgombero di quest’isola, ma gli americani se ne sono andati e... no, quella storia abbiamo smesso di farla. Senza la loro presenza non coinvolge più come vorremmo.
- Tu sei un attore ok.
- Per carità - rispose Battista, il cui cervello era intanto partito al galoppo come un cavallino della Giara. Quell’americano, con una scusa banale come quella dell’accendino, gli si era seduto accanto e aveva iniziato a chiacchierare di cose passate, ma... accidenti, dove l’aveva già visto? Forse in un incontro occasionale nel corso di uno spettacolo? – sono solo un dilettante, uno che si diverte, come tutti quelli del gruppo.
- Un motivo di più per continuare, non credi?
- Continuare? Bisognerebbe trovare qualcosa di nuovo, che faccia pensare, ma anche ridere.
- Potresti fare uno spettacolo sul G8 che è stato spostato e sul premier italiano. O su Obama. Ci sarebbe molto da dire, magari ispirandosi alle critiche che ricevono questi incontri... Non ti pare una buona occasione?
- Potrebbe essere un’idea – ammise Battista.
- Il G8... sì, lo faranno in Abruzzo, ma, parlando di ambiente, di cibo e di fame nel mondo, non solo di crisi finanziaria ed economica, qualcuno ha proposto ancora quest’isola per un prossimo incontro.
- Alludi a quello che chiamano All Food Global Forum?
- Sì. Oppure, per esempio, potresti fare una storia su quanto è successo e succede qui. Hai visto i lavori? Per arrivare puntuali al G8 sono andati avanti giorno e notte, e ora...
Un uomo vestito di un completo grigio procedeva lento guardandosi intorno con aria svagata. Sebastian gli dedicò tutta la sua attenzione e a un tratto corrugò la fronte, come se pensasse a qualcosa di lontano. L’uomo gli passò a poca distanza e proseguì nel suo percorso. Sebastian gli andò appresso con lo sguardo.
- Scommetto che ti sembra di conoscerlo - disse quasi confidenzialmente Battista.
- Conoscerlo? Alle volte vedi persone che assomigliano ad altre, ma...
- Non ti sembra un poliziotto?
- Potrebbe esserlo. Penso che in giro ce ne sia ancora qualcuno, di quelli inviati nei mesi scorsi dai loro governi per avere una relazione sul luogo. Ma ora sono più necessari in Abruzzo. A te sembra un poliziotto?
- Potrei scommetterci, Sebastian. Ma, senti, a me comincia a venir fame.
- Anche a me. Se non ti creo problemi...
- Mi farà piacere. Mangiare soli è un po’ triste.
Parlandoci ancora, forse avrebbe capito di più, perchè, ne era sicuro, Sebastian non era un semplice turista come tutti. Per qualche strano motivo, mentre si avviavano verso la trattoria, a Battista tornò ancora in mente quella loro vecchia storia, sua e dei suoi amici, che ebbe inizio due anni prima, quando...

...quando i teatri non sempre erano teatri veri e la compagnia non era così famosa da esigere un anfiteatro o uno stadio: d’estate bastavano una piazza, un palco e, sul fondo, le scene abbozzate sui teli. Gli spettatori qui non pagavano e, se le sedie a disposizione non erano sufficienti, stavano in piedi o se le portavano da casa.
Gli attori, tutti dilettanti, trasudavano un’angosciosa allegria simulando l’evacuazione, a causa di un incidente nucleare, degli abitanti della Maddalena. Qualche volta ponevano interrogativi.

- Andiamo, andiamo!
Le sirene avevano ululato come i cani alla luna, si erano sentite fino a Santa Teresa di Gallura da una parte e, scavalcato monte Zoppu, erano dall'altra arrivate fino a Golfo Aranci. Era il segnale che c'era stato un incidente, e non importava se era esplosa una testata atomica o saltata in aria la base. Non si era visto il fungo atomico né si era sentito alcun botto, ma quello era l'avviso e bisognava mettersi in salvo. C'era in gioco la vita.
Ziu Boricu annusò l'aria. Aveva il sapore di sempre, un po' di mare, un po' di mirto e cisto, un po' di erba, e la capra pascolava tranquilla. In lontananza intravide alcune persone che si agitavano tra macchine strombazzanti. Una donna con la figlia veniva verso di lui.
- Andiamo, ziu Boricu! Non ha sentito le sirene?
Ziu Boricu le aveva sentite. Forse qualcuno s'era schiantato con l'automobile, forse avevano assaltato la banca, ma a lui importava poco, erano cose di tutti i giorni. Perché andare? La sua casa era lì e la sua capra, amica e dispensatrice del latte per la colazione quotidiana, era lì pure lei.
- Il ginocchio mi fa male - si lamentò.
- Ma è l'allarme, ziu Boricu!
Il vecchio era ostinato. La donna poteva comprenderlo, ma a tutti era stato spiegato che, in caso di allarme atomico, era necessario lasciare rapidamente l'isola. Da lontano due uomini, con la tuta color limone solcata da strisce catarifrangenti color mandarino, fecero segno di spicciarsi mentre la strada si riempiva di gente che avanzava quasi in processione.

- Quando il vento soffia da ovest, da Santa Teresa - disse il professor Serra - il materiale radioattivo viene spinto verso il Lazio e si dovrebbero evacuare i romani, noi non corriamo rischi. E gli abitanti di Latina e di Napoli. Stando alle previsioni continuerà a soffiare per due o tre giorni. Ci sono le correnti...
- Ma Carlo - lo interruppe la professoressa Cannas - qui non è questione di vento, ma...
- Elsa, lo so, di esercitazioni. E’ che non mi va che le facciano quando gli pare. Potevano fare dei sondaggi, un dibattito...
Elsa si era alzata, aveva preparato il caffè e con le tazzine fumanti era tornata accanto al suo compagno.
- In fondo non hai tutti i torti - disse - non possono imporci le loro decisioni. E oggi non c'è scuola.
- Non si può far lezione quando c’è un incidente atomico, vero o finto che sia. E abbiamo tutta una giornata per far l'amore.
- Ti porto biscotti, marmellata e cioccolato. Ti voglio in forma, Carlo.
- Io ti voglio e basta - rispose il professor Serra deponendo la tazzina sul comodino e abbrancando famelico la sua collega. - Non chiedo di più.
Chiedere di più non sarebbe stato facile, dato che la professoressa Cannas era pronta a offrirsi con corpo e anima. Era quello che Carlo voleva. La abbracciò con tutta la passione delle sue braccia poi, colpito dall'illuminazione, si alzò rapido. Elsa lo guardò sorpresa.
- Chiudo bene le tapparelle - disse lui. - Non vorrei che arrivasse qualche rompiballe a controllare se siamo in casa.
Era una buona idea, pensò Elsa: non era infatti escluso che qualcuno, scrupoloso più degli altri, bussasse alla porta per accertare se la casa era vuota. Si ripromise di stare attenta e di non abbandonarsi totalmente al sesso, in modo da moderare i gemiti di godimento che le salivano con istintiva violenza quando il corpo le vibrava per i brividi dell'eccitazione. Aveva bisogno di qualcosa che le impedisse di urlare, che in qualche modo le bloccasse le corde vocali, dato che non aveva fiducia nelle sue capacità di autocontrollo. Carlo, che la conosceva bene, le mise a disposizione quanto necessario e non si percepirono barriti, ma solo lunghi mugugni contenuti, quasi soffocati.
La camera restò immersa nel buio, salvo uno spiffero di sole che si infilava a fatica tra le due ultime stecche in alto della tapparella.

Gli uomini in divisa limone e catarifrangente mandarino apparivano più nervosi degli abitanti, che si apprestavano a salire sui camion per essere condotti al porto e quindi portati lontano dalle zone infette.
- Signora, lo lasci a casa quel materasso! Che se ne fa?
- Dimmi tu dove dormo, allora - rispose zia Rosica.
- Ma... ma noi dobbiamo pensare a salvare le persone, non i materassi. Quelli li trova dovunque.
- E infatti così io salvo la mia vita, ragazzo, perché se non dormo su quello io non dormo, capisci?
Il volontario della protezione civile non riuscì a trovare obiezioni accettabili e l’aiutò a salire sul camion col materasso in braccio. La donna cercò uno spazio in fondo al cassone e fissò storta quanti le stavano attorno.
- No - brontolò un vecchio cui si trovò accanto - nemmeno i sedili ci hanno messo, peggio che prima della guerra! Ma le bombe ce le tirano sempre.
- Attento al materasso e a dove metti i piedi, tu - avvertì lei - o le bombe te le faccio vedere io!
L'automezzo percorse le strade della Maddalena e arrivò al porto. La nave era lì, la scaletta per salire a bordo era agganciata, tutto era pronto, ma una guardia impediva di procedere. Il piazzale, con il trascorrere dei minuti, si riempiva di gente sudata. La vecchia cominciò a sentire il peso del materasso, si guardò in giro in cerca di una panca o di qualcosa su cui appoggiarlo, ma non trovò niente.
Non poteva deporlo per terra col rischio di sporcarlo. Non poteva proprio. Più in là vide una macchina, le parve pulita, pensò che poggiarlo sul cofano sarebbe stata la soluzione. Ve lo lasciò cadere perché le sue braccia non ce la facevano più. Il materasso si incastrò sull'attacco del tergicristalli, la tela era vecchia e consunta, si lacerò senza un lamento e scivolò a terra. Zia Rosica ebbe un sussulto, quasi come quando le morì il marito, osservò la lana a grumi che usciva bianca dallo squarcio della tela, si asciugò una lacrima di rabbia e si diresse a capo chino verso la passerella, dove la gente era in coda per salire a bordo.

La Società di Navigazione Palau Ferries aveva due soli soci, padre e figlio, e un solo scafo, chiamato Monte Altura, che percorreva la rotta Palau-Bonifacio. Trasportava alternativamente sardi e corsi e le loro auto. Monte Altura era più smarmittato di un vecchio trattore e faceva più fumo dell'Etna in eruzione, ma era sempre puntuale. Lungo una trentina di metri, col ponte piatto come un campo di calcio, caricava i passeggeri da una parte e li scaricava dall'altra. Non aveva a bordo bar o ristoranti, ma solo due macchinette automatiche per caffè, e andava con due sole marce, una in avanti e l'altra indietro.
Anche la sala comandi e il timone, in qualche modo, si ribaltavano da una parte o dall'altra a seconda della direzione di marcia dello scafo. Poppa e prua erano uguali, forse aveva timoni ed eliche davanti e dietro. Sì, Monte Altura era stato sempre puntuale, almeno fino a quel giorno.
Mentre le auto e i passeggeri provenienti dalla Corsica sbarcavano sotto l’occhio attento del padre che stava alla cabina di comando e del figlio che faceva cenno ai passeggeri di accodarsi e spicciarsi, arrivarono Nufrancu e Nusoldo, con la tuta limone e mandarino, e Tisogn e Usogn, con la tuta mimetica e gli scarponi da montagna, per piantarsi immobili sulla passerella di imbarco.
- Siamo qui per prendere la nave - annunciò Nusoldo, il limone mandarinato.
Anche quella volta il socio figlio della Palau Ferries fu pronto a dare ai clienti le informazioni necessarie.
- Il distributore automatico dei biglietti è lì a dieci passi - rispose indicando con il dito la cabina di ferro e vetro poco distante. - Venti euro, cifra tonda per semplificare la vita ai turisti. Ventidue e cinquanta se pagate a bordo, ma in questo caso salite per ultimi.
- Dobbiamo requisire la barca – precisarono nel loro accento americano gli scarponi in tuta mimetica.
Palau Ferries figlio non fu sicuro di aver capito.
- Siete della finanza? C'è un errore nella dichiarazione dei redditi?
- No - parlò ancora il limonmandar - ma voi siete nella lista e dovreste saperlo, dobbiamo evacuare gli abitanti della Maddalena.
Palau Ferries figlio prestava solo un 'orecchio ai quattro che parlavano di incidente alla Maddalena. La sua attenzione era riservata agli ultimi veicoli che scendevano e a quegli altri che, ansiosi di calpestare il suolo corso, si facevano avanti per salire a bordo, eppure si rese conto che c’era qualcosa che non quadrava.
- Babbu! - urlò gesticolando il junior verso il senior. - Babbu, vieni!
Attraverso i vetri della cabina di comando si vide il vecchio che agitava le mani chiedendosi che accidente il figlio volesse.
- Vieni, babbu, vieni!
Il vecchio lasciò la cabina, scese quella ventina di gradini della scaletta, percorse il tratto di ponte e gli si accostò.
- Alla Maddalena c'è stata un'esplosione - gli spiegò il figlio - e questi qua vogliono requisirci la nave per evacuare i residenti.
Le cose non stavano esattamente così, si disse Nusoldo, ma non era il caso di stare a sottilizzare. L’importante era accertare la disponibilità della barca.
- Una bomba? Bene, era ora, gente. - Il senior li degnò appena di un'occhiata. - Se è un'emergenza... Comunque metteteci dentro un'autobotte di gasolio, altrimenti non uscirete dal porto. E firmatemi la ricevuta. Io vado a bermi un bicchiere di birra al bar là di fronte.
Li piantò in asso. I quattro requisitori, dinanzi a Palau Ferries junior, restarono incerti sull'opportunità di seguire il vecchio per una birra o rincorrere un’ autobotte: nessuno gli aveva spiegato se anche il rifornimento rientrasse nell’esercitazione. Intanto i passeggeri in attesa di traghettare accesero i motori delle loro auto e cominciarono a salire a bordo.
Al bar c'era la gente di sempre e qualche turista.
- Cicchinu - chiese il vecchio al barista - hai sentito qualcosa sull'atomica?
- Quale atomica?
- Quella scoppiata nel tunnel.
- Qui?
- Qui, mica alle Azzorre.
- Lei è matto, signor Palau. Le bombe non hanno il silenziatore, si sarebbe sentita.
- Ma è successo sotto terra, Cicchinu. Sotto, nel tunnel, capisci? e non si è sentito il botto.
Cicchinu non aveva esperienza di queste cose: forse era stata una bombina piccina piccina, anche se atomica, e aveva fatto un bottino piccino piccino, anche se atomico. Ma l'atomica fa i funghi, e in giro non ne aveva visti. Si staccò dal banco e si affacciò sulla strada per scrutare l'orizzonte lontano.
Lo notò subito, era un fumo cupo, denso come non mai, che il vento spingeva di là verso est. Il suo cuore cominciò a battere furioso per l'emozione.

Battista e Gavino scesero dal palco per fare spazio agli altri attori e alla scena successiva.
- Andiamo a bere un caffè - disse Battista. Gavino lo seguì.
La gente sembrava interessata alla commedia e le strade erano deserte. Battista si diresse verso la sua auto parcheggiata poco lontano, aprì il cofano, ne trasse il cricco e la chiave per i bulloni delle ruote e riprese a camminare. Gavino lo guardò perplesso.
- Ti serve per girare lo zucchero?
- Là avanti c’è la macchina di Pintadu, quello trombato alle ultime elezioni. Dicono che non è nemmeno capace di cambiare una ruota alla sua auto.
- Embé?
- E’ questione di due minuti. Voglio sapere se quello che si dice è vero.
Il cuore di Gavino tremò fino alla milza, ma non ebbe il coraggio di tirarsi indietro. Estrassero i bulloni, stesero le ruote sotto il mezzo, quindi mollarono il cricco e l’auto si adagiò sulle gomme senza un lamento.
- Mi sarebbe piaciuto mettergli le ruote dentro il cofano e la macchina su quattro blocchi di cemento, ma… è che non so scassinare le serrature.
Tornarono sui loro passi, riposero gli attrezzi nella loro auto e indossarono abiti e trucchi per essere pronti a salire sul palco e sostituire gli attori appena la scena in atto fosse finita.

Il comando generale delle forze navali della Maddalena entrò rapidamente in rotta di collisione con la protezione civile locale: il piano di evacuazione mostrava falle paurose, la collaborazione dei cittadini era scarsa o nulla, l'esecuzione delle direttive restava un pio desiderio. Il CEM, Coordinamento per l'Evacuazione della Maddalena, non era stato in grado di coordinare alcuna fase delle operazioni.
Nonostante l'avviso di contaminazione da materiale radioattivo i residenti non ebbero una percezione esatta del pericolo, o forse non gli fregava niente dell’esercitazione e di morire.
- Il vostro è un piano di evacuazione ridicolo - accusò il comandante Asogn col suo forte accento di Austin.
- Non è questione di piani, comandante - obiettò il capo della protezione civile Nalira - ma di supporto logistico e tecnico, che voi ci avete fatto mancare. Non si possono sbaraccare ventimila persone contando sul loro buon senso senza dare con largo anticipo un'informazione adeguata.
- Solo una vera esplosione avrebbe svegliato questa gente - rispose Joe Asogn seccato per la svogliata partecipazione dimostrata dalla popolazione. Nessuno, al mondo, potrebbe mai prevedere in anticipo un incidente nucleare, e perciò partecipare all’esercitazione non era solo questione di buon senso, ma anche un dovere. Che andava cianciando questo borghese?
- Informare non significa terrorizzare, comandante. Si è voluto fare una esercitazione in sordina e...
Asogn amava molte cose dell'Italia, la pasta, i carciofi, la pizza, gli spezzatini e il vino, che trovava migliore di quello americano. Gli italiani no, alle volte erano insopportabili.
- Il vostro governo - accusò - si vergogna di noi. Ci considera un peso. Vuole la sicurezza ma non la responsabilità di un’ alleanza militare! Fate tutti i pacifisti, voi!
- Non buttiamola in politica, per favore - disse Nalira tentando di mantenersi calmo - e, dato che siamo in ballo, vediamo di procedere nel modo migliore. Non è il momento di litigare su chi ha le bombe e su chi ci muore sotto.
Narapa e Naverza, assistenti di Nalira, assentirono energicamente pur nel loro silenzio mentre un subalterno appariva sulla soglia.
- Signore, è urgentissimo. Gli agenti Tisogn e Usogn chiedono istruzioni.
Fu questione di secondi e il cellulare di Nalira gracchiò. Erano Nufrancu e Nusoldo.

Era stata davvero un’annata eccezionale, quell’ultima, perchè eccezionali furono la quantità e la qualità, e non bastarono bottiglie, damigiane e barili per contenere tutto il vermentino di Gallura. La nave cisterna Sea Palau, che faceva rotta verso Odessa nel mar Caspio, ne stava ora trasportando milioni di litri per i mercati ucraini e russi, mentre la nave Avignon France procedeva serena verso Cagliari con il suo carico di legna per stufe.
La visibilità su quel tratto di mare, d'inverno e d'estate, è purtroppo precaria, il sole picchia impietoso, si riflette sull'acqua, abbaglia bagnanti e naviganti. Il timoniere della Sea Palau aveva i suoi problemi con i vapori del vermentino, che trasudavano attraverso l'acciaio come nebbia, mentre il capitano della Avignon France, con il binocolo agli occhi, cercava di individuare la tomba di Garibaldi. Le due navi cozzarono a tre passi da Caprera, le presenze dilaganti dell'alcol impregnarono la legna, la scintilla scatenò l’incendio, il fumo si erse gagliardo.
Due foche monache, in viaggio spirituale verso Lourdes, decisero di rimandare il pellegrinaggio.
Tisogn e Usogn, mandati a Palau insieme a Nufrancu e Nusoldo per annunciare la requisizione del Monte Altura della Palau Ferries, chiesero di capire se bisognava requisire davvero. Quell'esplosione in mare era un fungo atomico?
Asogn e Nalira si trovarono impreparati a rispondere.
Un’altra nave cisterna, l’Ile de Napoleon, aveva incontrato mezz'ora prima la Sea Palau e la Avignon France, aveva sbandierato i saluti e procedeva di lena verso la Maddalena. Aveva percepito alla radio i chiacchiericci su un presunto incidente atomico, aveva chiesto informazioni, accertato che non c'erano incidenti di sorta e si apprestava a superare l'isola del Porco. Oltre Capo d'Orso rallentò vistosamente la marcia fino a fermarsi. La strada era impraticabile, una caterva di barche incatenate l'una all'altra, prue con poppe e poppe con prue, bloccava il mare, e le catene, viste a distanza, sembravano vere e si estendevano a perdita d’occhio.
- Dieu le père!
Il comandante era un vecchio lupo di mare ma non aveva mai visto cose del genere. Fermò i motori, fece calare una lancia e si accostò alle barche per capire cosa stava succedendo.
Erano pescatori, diportisti, turisti e golette verdi, tutti uniti da una sola protesta. La Maddalena indipendente. Radiazioni per tutti. Pesca Libera. La Maddalena ai sardi, Sant'Elena agli americani. La Maddalena e basta.
Una barca si staccò dalle altre e fece rotta verso est. La Maddalena addio. Era pilotata da un disoccupato che andava a cercare lavoro in continente.
- Dieu m’engarde! - esclamò ancora più sorpreso il comandante.
Non c'era altro da vedere. Tornò a bordo dell'Ile de Napoleon e tentò di mettersi in contatto con le autorità dell'isola, ma inutilmente. Sapeva che alla Maddalena avevano bisogno di acqua potabile e lui come al solito portava il carico che era stato ordinato. Se gli fosse venuta sete gli avrebbero aperto la strada, questo era certo. Gettò l'ancora augurandosi che l'attesa non fosse troppo lunga.

La voce si propagò come la luce dell'alba seguendo la direzione del vento. Giunse a Liscia di Vacca e a Porto Cervo, scavalcò con un salto acrobatico Monte Zoppu e l’isola Mortorio e procedette verso Porto Rotondo. Sorvolò lo spazio aereo dell'intero arcipelago della Maddalena galoppando a raggiera verso Santa Teresa di Gallura, Sassari e Washington, Cagliari e Tripoli, Golfo Aranci e Roma, isola di Budelli e Berlino, Bonifacio e Parigi. Le agenzie di stampa impazzirono nel tentativo di valutare se la notizia era fondata.
In Barbagia i barbaricini rifecero il filo alle loro pattadesas e proposero di barricarsi dentro i nuraghi. C'era un'altra invasione?
- Fermi tutti! - ordinò Joe Asogn, ma Bisogn e Cisogn, i suoi vice, erano già fermi.
Il fracasso giunse all'improvviso da fuori, dove la gente urlava, smaniava, lanciava sassi e bottiglie vuote di birra Ichnusa: era la rivolta. Ventidue portavoce isolani si spinsero fino agli uffici, sfondarono la porta, volevano le spiegazioni che Nalira e Asogn non avevano dato ancora.
- Calma, ragazzi - si affannò a dire Concas in testa al corteo cercando di trattenere gli altri ventuno - comportiamoci da gentiluomini, entriamo in ordine, non parliamo tutti insieme, spacchiamo le teste una alla volta.
- Evitiamo di fargli male - incoraggiò sadico Peis. - Uccidiamoli subito.
Asogn li accolse con un sorriso.
- L'evacuazione procede a meraviglia - disse.
- No - rispose Concas - a noi non interessa se evacuate facile o siete stitici. Siamo qui per sapere la verità.
Era il momento della resa dei conti. La presenza degli americani portava più danni che benefici. Le navi spaventavano le cozze. Il radar insabbiava i turisti. I sommergibili spianavano i fondali. Le seppie crescevano con due teste. Nessuno voleva acquistare le altre isole in vendita. E infine c’era stato l'incidente di S. Stefano: i contaminati erano sei o trecentosei?

Il dottor Sardu, che aveva l’ambulatorio a tre passi dal porto e dal rumore che vi cresceva, ebbe difficoltà a sentire i battiti del cuore della sua cliente, che lamentava un qualche disturbo al petto. Era polmonite, ansia d’amore o aveva assorbito radiazioni? Per evitare diagnosi sbagliate era necessario sentire il respiro, percepire l'apertura dei bronchi e dei polmoni, il flusso del sangue e il cuore e, se necessario, fare ulteriori accertamenti. La signorina Marcella aveva tolto la camicia esibendo una pelle già abbronzata, aveva riempito i polmoni, aveva detto trentatré tre volte e aveva gonfiato il petto al momento dell'appoggio dello stetoscopio. Già nervosa a causa dell'ordine di evacuazione, rimbalzò sul lettino schiantandosi a terra quando qualcuno entrò senza bussare avvertendo che le bombe erano scoppiate davvero, una nel tunnel dei sommergibili, l'altra al largo nel Tirreno.
Ringraziò il cielo che l'esplosione e l'onda d'urto non l'avessero raggiunta, sapeva bene come funzionavano quelle cose, ma non voleva morire a causa delle radiazioni. Si rialzò da terra e con la camicia sbottonata uscì e corse verso il porto, dove le navi erano pronte ad accogliere la popolazione da portare in salvo.
I pazienti in attesa saltarono sulle sedie, alcuni fuggirono senza ricetta nella marea disordinata della gente in strada, altri chiesero al medico istruzioni sul da farsi. Forse, con le creme solari, suggerì una... in fondo anche le creme solari proteggono dalle radiazioni.
Era una situazione imprevista, anche imbarazzante, ma il dottor Sardu aveva i riflessi pronti: pose mano ai campioni che l'informatore scientifico gli aveva lasciato qualche giorno prima e distribuì una confezione a ciascun presente.
- Una pillola ogni otto ore lontano dai pasti - disse.
Erano indicate nei casi di depressione, ma andavano bene anche contro lo stress, l'eccitabilità, la eccessiva motilità intestinale e gli stimoli della fame. L'ambulatorio si vuotò in un attimo. Il medico si guardò in giro, si affacciò in strada per capire cosa fare, abbassò la serranda e si diresse lentamente verso il porto.

Quel deficiente di un cinghiale, quel giorno, era rimasto intronato dal barrito ululante delle sirene d'allarme. Aveva vagato come sempre in cerca di cibo e come sempre era rientrato nel fresco della sua tana per il riposo della mattinata, ma a un tratto era sobbalzato. Aveva pensato al terremoto, era uscito a vedere e due cani l'avevano avvistato. Li aveva cacciati mostrando le zanne, ma erano tornati in diciotto, i bastardi, ed era scappato alla cieca ritrovandosi tra una marea di gente rumorosa giù al porto. Il luogo era un autentico inferno, dove rischiò di impastarsi contro una capra a guinzaglio di un uomo e dove per miracolo la bestia si spostò in tempo. Lo splash che percepì gli fece pensare che fosse caduta in acqua con tutto il guinzaglio.
Forse la colpa era del ginocchio malfermo, forse degli anni. Ziu Boricu non riuscì a trovare la prontezza di riflessi necessaria e fu trascinato dalla capra. Venne ripescato con una rete, come se fosse stato un cefalo, e la sua capra con un lazo stretto al collo da un marinaio della base che a suo tempo doveva aver fatto il cow boy. Il dottor Sardu prestò le prime cure dando a ciascuno, uomo e capra, l'aspirina, una semplice precauzione contro la polmonite, e li fece accompagnare a casa.
Purtroppo, però, ziu Boricu quella notte fu colto dagli incubi. Sognò di mungere la capra e di trovare il gusto del latte più salato del solito. Per rimediare dovette farle il bagno con l'acqua del rubinetto ma, quando la munse ancora, il latte gli sembrò peggio, perchè sapeva di cloro. Si svegliò sudato fradicio e si rasserenò solo quando capì che avrebbe dovuto lavarla con l’acqua piovana.

Nalira, forte dei poteri che gli erano stati conferiti, chiamò il comandante della motonave Libia e diede l'ordine di caricare i residenti, quanti più gli era possibile, e di portarli lontano dalla zona contaminata. Gli avrebbe dato in seguito le istruzioni sulla rotta e la località di destinazione. Quindi ordinò agli altri natanti, compresi i duecento panfili di Briatore in fase di requisizione a Porto Cervo, di tenersi pronti. I suoi assistenti Naverza e Narapa chiamarono Nufrancu e Nusoldo, i quali obiettarono che i passeggeri saliti a bordo del Palau Ferries non avevano alcuna intenzione di scendere e reclamavano d'essere riportati in Corsica, al loro paese. Oltretutto avevano obliterato i biglietti di imbarco.
La notizia della catastrofe, volando di onda in onda, era arrivata a Roma in pochi minuti. Il ministro dell'interno volle sapere immediatamente. Anche il presidente del consiglio. Anche i sindaci di Roma e di Napoli. E quelli della Padania, che temevano l’invasione di centinaia di migliaia di extracomunitari sardi.
Nalira aveva la bocca secca, avrebbe bevuto volentieri un bicchiere. E spezzato le corna a Asogn, Bisogn e Cisogn e succhiato il loro sangue, ma loro continuavano a smaniare coi loro telefoni.
- Confermate? - fece a un certo punto Asogn.
- Sei sicuro, Jeoffry? - chiese Bisogn.
- Perfetto, perfetto, perfetto - esclamò soddisfatto Cisogn.
Si volsero verso di lui e parlarono all'unisono dopo aver emesso un sospiro che sembrò il muggito d'un toro in amore.
- Non ci sono state esplosioni nucleari!
Nalira barcollò incredulo.
- Siete... ne siete certi?
Ne erano più che certi, non c'erano stati incidenti di sorta e si escludeva che quel rogo di navi nel Tirreno che aveva sollevato fumo fino agli avamposti appenninici avesse origine nucleare. Avrebbero indagato. Ordinarono però l'uscita di automezzi muniti di altoparlante per annunciare che l'esercitazione di evacuazione della Maddalena si era conclusa positivamente e che i residenti potevano ritornare a casa.
Concas, a capo dei ventidue esponenti del comitato di protesta, restò immobile sulla sua sedia. Era felice che non ci fossero in giro nubi radioattive e che Roma fosse salva. In fondo era una città gradevole, anche se era sede del governo. Sassari e Cagliari erano meglio, anche se purtroppo a Cagliari c'era la giunta regionale.
- E ora? - chiese.
Nalira chiamò il comandante della motonave Libia per far sbarcare gli imbarcati.
- E' tutto finito - rispose Asogn. Bisogn annuì, Cisogn restò immobile.
- Un momento - fece Peis alzandosi in piedi - voi venite sui nostri campi e nelle nostre case, ci caricate come bestie sui vostri camion, ci imponete le vostre esercitazioni, e ora dite che è tutto finito?
- Non capisco dove vuole arrivare - disse Nalira.
- L'esercitazione si è resa necessaria - precisò Asogn - per preparare la popolazione in caso di incidente.
- Un uomo è caduto in mare con la sua capra - denunciò Concas. - La capra è stata salvata per miracolo.
- E' stato ripescato anche il vecchio - intervenne Desogus, che non aveva ancora parlato - ma vogliamo un'inchiesta sull'andamento di questa esercitazione.
- Inchiesta? - chiesero Nalira e Asogn.
Concas si accostò a Desogus e Peis. Non esagerate, gli sussurrò, altrimenti ce li cacciano via, e sai che la Maddalena, senza i soldi degli americani...
- Inchiesta?- domandò ancora Nalira.
- Beh, pensiamo che sia necessario parlarne...
Di indipendenza, pericoli radioattivi e turismo avrebbero parlato un'altra volta. Ora c'erano in ballo la ristrutturazione della base e l'incontro con i corsi, che non ci guadagnavano un centesimo ad avere gli americani tra le palle. I corsi sono gente dura, pensò Concas, e forse, unendo le forze...

Questa per sommi capi la storia scritta da Gavino, uno che amava ridere di sé e degli altri. Battista era intervenuto suggerendo qualcosa e la Compagnia Teatrale Sardotardo la portò in giro nei teatri e nelle piazze. Gavino non la considerava una denuncia - non riteneva suo compito esprimere critiche e fare il moralista - ma un momento di conoscenza e di svago. Gli attori erano dilettanti cui piaceva divertirsi e Battista, con quattro ciuffi di lana di pecora in testa a mo' di parrucca, recitava la parte di ziu Boricu, alle volte anche quella di Palau Ferries senior o del dottor Sardu, dipendeva dalla disponibilità e dagli impegni suoi e degli altri della compagnia.
Avevano anche provato a far recitare la capra, ma quella salendo in scena si era montata la testa e l'avevano sostituita con una pelle di pecora imbottita di lana di pecora truccata
con due corna di cervo sardo in testa. Battista faceva belare l'imbottitura come una bestia sul punto di partorire. Ma il latte fresco, durante lo spettacolo, lo forniva tutti i santi giorni, era sufficiente mungere i due biberon piazzati sotto la pancia.

Battista era felice di stare al mondo. Amava uomini e bestie, ma non sopportava la vista dell’Uomo-più-potente-della-terra e il suo farfugliare discorsi arroganti.
La vita è una passeggiata che gli esseri umani hanno il dovere di rendere gradevole, ma quello seminava sentieri di cocci e chiodi sui quali costringeva a camminare i poveracci che erano costretti a venirgli dietro. Perché l’avevano eletto? Battista non aveva alcuna autorità per curare il mondo e non voleva pensarci, ma queste cose lo infastidivano. Spense il televisore.
Era nato libero. Qualche anno addietro, quando frequentava l’università, si era stancato di lezioni, assistenti e professori e, dopo averne chiuso uno nel laboratorio, aveva abbandonato gli studi. Gli piaceva pensare, gli piaceva il teatro. Conobbe alcune persone insolite e i suoi interessi si allargarono.
Ripensò naturalmente al suo sogno mai realizzato e l’ansia lo colse. Gli americani, ma ancora niente era certo, stavano per abbandonare la base della Maddalena e, se ciò fosse accaduto, quel sogno sarebbe rimasto tale per sempre.
Il suo cervello elaborò programmi folli. Ne parlò con gli amici, definì il progetto, iniziò a prepararsi. Gli amici disapprovarono con forza, ma non li ascoltò. Valutò il momento adatto, passò molti e molti minuti dinanzi allo specchio e imparò a rendere la sua faccia uguale a quella di Farfuglia. Così lui chiamava il presidente americano, Rex K. Blockhead. Aveva già acquisito una certa esperienza, e non solo come attore, e nell’ultima, con il giornalista di Oggisardi, si era presentato con l’aspetto di un assessore regionale. L’incontro era apparso casuale.
- Giusto lei, dottore - aveva salutato il giornalista. - Mi ha promesso un’intervista.
- Ora non posso, mi aspettano.
- Un’intervista ad ampio raggio. L’inquinamento, la lingua blu, la disoccupazione…
- Stiamo studiando un piano per sviluppare l’intelligenza dei sardi - aveva risposto Battista.
- L’intelligenza dei sardi? E…e come?
L’interlocutore era rimasto perplesso, forse l’impresa gli appariva impossibile.
- Niente psicologi o insegnanti, ma premi e agevolazioni. Ci stiamo lavorando.
- Premi in denaro, dottore?
- Anche quelli, ma ne parliamo un’altra volta, se non le spiace.
- E… e davvero conta di riuscirci?
- Sicuro, anche se incontreremo casi ostinati. Mi telefoni in ufficio.
Si era allontanato velocemente, come fanno gli assessori sardi pieni di impegni, ma dopo una ventina di passi si era voltato per capire se il giornalista aveva avuto qualche reazione. Sì, le prove avevano confermato le sue insolite capacità ed era pronto alla sfida: doveva solo rassicurare il suo cervello che indossare i panni di un altro, fosse lo stesso presidente americano, non era un peccato mortale. Anzi, se Dio esisteva, gli avrebbe dato una mano. Guardò i suoi amici, ma il sorriso tradiva un accenno d’ansia.
- Pensaci, Battista. Sei ancora in tempo - si sentì dire.
- Se dovesse andar male curatemi i fiori, gente - rispose.
Indossava pantaloni e giubbotto di tela jeans, come Farfuglia, e occhiali scuri, ma non aveva scorta o valigetta atomica ancorata al polso. Gavino, Martino e Gnazio, i suoi amici e complici, ne seguirono i movimenti fino a quando un ufficiale della marina americana scattò come una molla in un saluto.
- Che il cielo lo aiuti - esclamò Gavino guardando oltre le nuvole. Era, questa, un’espressione tipica della sua famiglia, che sorgeva spontanea soprattutto in sua madre quando suo padre saliva sul trattore per arare i campi. Perchè un giorno, a causa di una perdalonga completamente interrata, l’aratro si era piantato e il mezzo si era imbizzarrito come un cavallo sollevando il muso fino al cielo e poi adagiandosi con le ruote per aria. Fortunatamente il padre la fece franca perchè l’urto l’aveva disarcionato scaraventandolo lontano, e, per ringraziare il cielo di tanta grazia, fu da quel giorno che cominciò a portare il trattore in chiesa per la benedizione annuale. Padre e figlio scoprirono in seguito altre perdaslongas e un intero villaggio prenuragico, ma evitarono di parlarne temendo l’arrivo degli archeologi i quali, pur non disponendo di un soldo per gli scavi, gli avrebbero impedito non solo di arare ma anche di attraversare quei terreni.
- Il cielo aiuta tutti i pazzi - rispose Martino - e lui lo è di sicuro.
Avevano fatto il possibile per dissuaderlo ma non c’erano riusciti. Ora non restava che ripercorrere in senso inverso i trecento chilometri fatti per arrivare alla Maddalena e andare ad aspettarlo a Cagliari. Sperando che vi arrivasse.

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di Venanzio Tuveri
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